Perdersi nel gioco

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Solo dal 1980 il comportamento compulsivo legato al gioco d'azzardo è stato considerato dall'Associazione degli Psichiatri americani, una patologia e come tale è stata descritta nel DSM IV (Manuale Statistico  e Diagnostico).

Da pochi anni i giocatori che non riescono a smettere sono considerati affetti da una vera e propria malattia che insorge prevalentemente nel periodo post-adolescenziale. Sono colpiti più gli uomini che le donne ed è più frequente fra parenti di giocatori.

Storicamente il giocatore è stato considerato una persona senza regole e dominato dal vizio. Tale approccio culturale e sociale ha intralciato se non frenato, ricerche su tale comportamento.

Vizio (dal latino vitare, schivare) e virtù (dal latino virtus, virilità), sono aspetti di condotte che, in relazione al gioco d'azzardo, ci legano a pregiudizi, dove possiamo perdere di vista, ruoli fondamentali che vengono sostenuti da "senso di colpa", "vergogna"," segreti"e "vuoto emotivo".

Necessario è cambiare vertice di osservazione e considerare il giocatore patologico come l'espressione di una richiesta di aiuto rivolta a tutti; un grido che spesso non viene più udito. Evidente è l'intreccio che emerge dalle relazioni che legano famiglia e giocatore; dove nasce il disagio nasce poi la domanda: "di chi è la colpa?"

Quesito che non ci aiuterà a compiere un solo passo verso la soluzione, perché ci riporta verso definizioni razionali; la logica tocca tutto ma non le emozioni; solo con la risonanza delle emozioni è possibile cominciare a sentire la voglia di un cambiamento che passa prima di tutto attraverso di noi.

L'essere sordi a richieste d'aiuto evidenti o celate, è il risultato di anni e anni di allenamento della società al "non ascolto", che sembra regalare opportunità a tutti... ed al falso mito di cambiar la vita "subito". Dare un calcio al passato troppo scomodo, sentirsi di nuovo importanti ed amati; il tutto ci racconta la storia di una vita difficile.

Perdersi nel gioco è come non far più ritorno alla realtà. Una realtà scomoda e stretta che per questo il giocatore cerca di punire negli affetti più vicini, nelle persone care, insomma punire la realtà per farsi sempre più male.

Rimettere in moto la famiglia e la rete in cui è inserito un giocatore compulsivo, significa ri-attivare parti di ogni membro verso il cambiamento e ciò conduce ad un nuovo livello di comprensione di se stesso, e delle persone più vicine; questo può essere l'inizio di un nuovo percorso.

Aprile 2006

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