Il gioco d’azzardo e la terza età”

 

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Dott. Dario Angelini

Terapeuta relazionale sistemico

Organizza gruppi terapeutici per giocatori d’azzardo e loro famigliari

Roma

Socio A.GIT.A

dario.angelini@inwind.it

2007

 

Introduzione

L’uomo gioca…sempre! La parola gioco deriva dal latino iocus, jaculum che sta per scagliare gettare (dalla radice jak, voce onomatopeica che sta nel suono prodotto da qualcosa che è stata appunto “gettata”).

Nasciamo e attraverso il gioco impariamo a confrontarci con la realtà ed entriamo nelle relazioni; giocare significa misurarsi con le proprie abilità, potenzialità. Possiamo a volte vincere e a volte perdere, in un processo di crescita e acquisizione d’esperienza.

I giochi, come descritto da Caillois, sono raggruppabili in quattro categorie: i giochi di competizione, i giochi di travestimento, i giochi di vertigine, i giochi d’alea.

Ci interesseremo in questo ambito dei giochi d’alea (dal latino dado), dove il caso è l’unico padrone della realtà e dove il controllo avviene esclusivamente su basi di superstizione, volere imperscrutabile e disegno del destino.

 

I “numeri” del gioco

Nel corso di questi anni, il gioco legalizzato ha avuto in Italia un forte incremento che ha coinvolto tutte le diverse  fasce d’età:

 

RACCOLTA GIOCHI

 

2001

2002

2003

2004

2005

2006

variazione percentuale 05/06

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lotto

7.339

7.863

6.938

11.689

7.250

6.585

-9,17

 

SuperEnalotto

2.440

2.222

2.066

1.836

1.950

2.000

+2,56

 

Scommesse Sportive

978

1.110

1.123

1.300

1.468

2.250

+53,27

 

Scommesse Ippiche

2.698

2.750

2.931

2.876

2.706

2.832

+4,66

 

Concorsi Pronostici

777

546

485

443

314

275

-12,42

 

Bingo

 

784

1.257

1.542

1.600

1.840

+15,00

 

Totip

56

43

31

24

21

n.d.

/

 

Gratta&Vinci

230

301

282

594

1.492

3.750

+151,34

 

Apparecchi da Intratt.

 

 

 

 

 

 

 

 

con vincita in denaro

 

 

 

4.000

10.700

13.910

+30,00

 

senza vincita in denaro

 

 

 

640

774

n.d.

/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dati in Milioni di euro

Totale

14.518

15.619

14.573

24.944

28.771

33.442

+16,24

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dati AGICOS agenzia giornalistica concorsi e scommesse 29/12/2006

 

Le indagini più recenti individuano che oltre il 60% degli italiani dedica attenzione al gioco nelle sue diverse accezioni legali o meno; quindi il gioco d’azzardo ed il denaro che è utilizzato è in costante aumento.

Tale percentuale dimostra una altissima attenzione al gioco per l’italiano medio, grazie al sostegno e all’incremento, promosso dallo Stato in una offerta d’azzardo, che di anno in anno, scopre una impennata straordinaria.

Se 60 italiani su 100 giocano regolarmente o saltuariamente, la percentuale che rappresenta il giocatore problematico è del 3%; il che significa che per difetto, possiamo considerare giocatori patologici un numero che va dalle 500.000 alle 700.000 persone.

Il giocatore è inserito in un contesto familiare che evidentemente viene influenzato e diviene esso stesso disturbato da tale comportamento, innescando una serie di azioni che si evidenziano nella disgregazione e nel disagio di intere famiglie insieme al giocatore.

 

Vertice di osservazione

Per introdurre la problematica della compulsività nella terza età è necessario definire che la prospettiva da cui partiamo è quella relazionale sistemica; un approccio olistico al disagio psicologico affrontato in modalità multidisciplinare e considerando il soggetto inserito in una fitta rete di rapporti, dove il sintomo, diventa un aspetto comunicativo del sistema.

Utilizziamo in questa analisi, il concetto di “ciclo vitale” (Froma Walsh), che rappresenta un sistema in costante trasformazione, appunto la famiglia; questa segue un suo percorso evolutivo che si rivela strettamente legato a quello dei singoli membri che la compongono.

 Ogni fase di passaggio comporta un momento di riequilibrio  delle dinamiche e delle regole dell’insieme e come ogni sistema in evoluzione anche la famiglia può trovarsi bloccata o in difficoltà nel suo processo di crescita.

Negli anni ’50 in America, nell’ambito delle scienze sociali, accanto alla nascita della antropologia e alla costante crescita della sociologia il nuovo modo di osservare la realtà incide profondamente anche nella disciplina psicoterapeutica; dall’uomo psicologico si passa all’uomo sociale inserito in un complesso groviglio di relazioni dove ognuno influenza ed è influenzato dagli altri; passiamo da una logica lineare ad una logica circolare.

Prima della rivoluzione cibernetica i sintomi erano considerati una manifestazione dell’uomo stesso e il rapporto con il contesto sociale non era nemmeno ipotizzabile.

 

Il ciclo vitale

Il “ciclo vitale”, per sintetizzare, si articola attraverso delle “fasi”, ed ognuna è caratterizzata da un suo stato d’instabilità ed equilibrio.

Questo passaggio tra diverse fasi della storia familiare, genera di solito, squilibrio, ed il sistema cerca di porre rimedio.

Per un inquadramento più sistematico, diamo uno sguardo generale rispetto alle varie fasi.

Iniziamo arbitrariamente dalla gravidanza e nascita;

in questo periodo va affrontata e risolta la transizione alla maternità e alla paternità; un compito di notevoli proporzioni se si considera che la gestazione pone, a prescindere dalla nascita del figlio che ne seguirà, problemi specifici della coppia in attesa.

 

Successivamente abbiamo una fase dove le problematiche della crescita, di acquisizione di autonomia del piccolo diventano molto forti all’interno del nucleo familiare che comincia ad affrontare varie tensioni quali lo svezzamento, l’acquisizione del linguaggio la gelosia fraterna o sempre più frequente la problematica del “figlio unico”.

 

Il percorso scolastico è la fase in cui la famiglia si riconnette alla socializzazione e alla possibilità di riacquisire di nuovo spazi personali. In questo periodo nasce l’esigenza di riconoscere e ridefinire il significato di comportamenti adeguati/non adeguati. L’impatto con la scuola ed i coetanei rappresenta anch’esso un momento di intenso scambio.

 

Altra situazione di grosso rivolgimento dei rapporti è l’adolescenza; non vi è  alcuna altra fase dello sviluppo umano così contraddittoria e mutevole e in maniera così repentina.

Basti pensare alle difficoltà che ha l’adolescente nel confrontarsi con  le profonde modificazioni fisiche e psichiche cui va incontro, modificazioni che sono spesso fonti di paura e di rifiuto e che possono condurre ai disturbi più comuni dell’adolescenza quali: depressione, insicurezza, crisi di identità ed accettazione di se.

 

Segue poi la scelta professionale, dove entrano in gioco molteplici aspetti dove, sia le abilità personali, una particolare inclinazione e le aspettative familiari intervengono spesso in maniera determinante.

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Nell’età adulta gli “incidenti di percorso” fanno parte del normale sviluppo evolutivo dell’individuo e del nucleo familiare e sebbene siano, almeno alcuni, prevedibili ed inevitabili, non possono essere inseriti in una consequenzialità temporale standard, ma, per il loro forte impatto emotivo, possono provocare momenti di crisi e di ristrutturazione che meritano un’attenzione particolare come lo stress, la sessualità, le malattie, il lavoro ed il lutto.

 

Anche eventi quali una separazione e divorzio rappresentano un momento molto denso emotivamente e quindi di forte impatto nell’economia degli equilibri.

Coniugi che dichiarano di volersi separare legalmente, spesso non  hanno affrontato questa separazione a livello psicologico.

Dietro ad ogni contesa per la spartizione del patrimonio familiare  o relative all’affidamento dei figli, spesso si nasconde un conflitto di relazione non risolto, un tentativo di attacco alla integrità personale dell’altro, se non altro la ricerca di una conferma della propria validità messa a dura prova dalla situazione di fallimento che la fine del rapporto matrimoniale inevitabilmente comporta.

 

Giungiamo alla cosiddetta “terza età”.

Con l’uscita di casa dei figli e soprattutto con l’avanzare degli anni e l’abbandono della vita lavorativa attiva, si può venire a creare una forte destabilizzazione dell’equilibrio familiare ed individuale raggiunto.

Più tempo libero a disposizione, diminuzione delle responsabilità sia verso i familiari che nei confronti della società possono farci improvvisamente sentire inutili, farci provare un senso di vuoto incolmabile.

Il riconoscere che ogni giorno rappresenta un giorno nuovo e sconosciuto è il percorso terapeutico per un buon adattamento alla realtà. Il riconoscere il ”limite”, fornisce una via d’uscita al senso di fallimento che può subentrare, e la nostra fragilità, che si manifesta evidente nella vecchiaia, è lo strumento attraverso cui ri-generarsi in una nuova filosofia di vita.

Spesso il non vedere vie d’uscita all’ inevitabile trasformazione che subisce l’anziano, è l’inizio di una lunga storia di sofferenza che può generare più patologie tra le quali anche la “compulsività” che si manifesta dall’eccesso di alimentazione, allo shopping senza freni , al gioco d’azzardo; avviene quindi un inceppamento in una determinata fase del famoso “ciclo evolutivo”. Metafora, dove la processualità dell’esistenza, vive in una ricerca costante di equilibrio. Come in un bilancino di precisione, solo un attento e scrupoloso impegno e confronto può portare ad una minima ma inevitabile fluttuazione armonica.

Questa fluttuazione può essere assimilata alla stabilità, dove l’equilibrio è comunque e solo, un’ipotesi di perfezione.

 

Attualità

Cosa sta succedendo? Il problema è poco evidenziato ma ormai molto diffuso tra la popolazione italiana; indotta da programmi televisivi, mascherata da innocente previsione, si tende a far passare la “scommessa” come un antidoto alla sete di valori, alla voglia di riscatto utilizzando una scorciatoia.

Ma cosa sta succedendo nel panorama odierno?

·      avvicinamento della terza età a questa forma di compulsione

·      famiglie che perdono la serenità,

·      disperazione

·      ciclicità dell'umore

·      figli che vengono avviati al lavoro prima della conclusione degli studi

·      vita di coppia compromessa

·      esclusione e allontanamento sociale della famiglia

·      convinzione totale nel "pensiero magico"

·      altre forme di dipendenza

·      pensieri relativi al suicidio

Purtroppo lo Stato agisce incrementando il business del gioco con 14 estrazioni settimanali e con un incremento della pubblicità sui mass-media.

Cosa potrebbe fare?

Sicuramente favorire l'informazione rispetto ai comportamenti compulsivi, come malattia vera e propria e disincentivare il gioco nelle sue forme più distorte.

Il danno sociale è maggiore delle entrate fiscali relative.

L'azzardo è : casinò, superenalotto, slot-machine, gratta e vinci, lotterie e tutto ciò che implica aleatorietà ovvero possibilità di nessun controllo della realtà.

 

DMS IV

Solo dal 1980 il comportamento compulsivo legato al gioco d'azzardo è stato considerato dall'Associazione degli Psichiatri americani, una patologia e come tale è stata descritta nel DSM IV (Manuale Statistico  e Diagnostico).

Da pochi anni i giocatori che non riescono a smettere sono considerati affetti da una vera e propria malattia che insorge prevalentemente nel periodo post-adolescenziale. Solo da qualche anno si nota un incremento nella fase della terza età. Sono colpiti più gli uomini che le donne ed è più frequente fra parenti di giocatori.

Storicamente il giocatore è stato considerato una persona senza regole e dominato dal vizio. Tale approccio culturale e sociale ha intralciato se non frenato, ricerche su tale comportamento.

Vizio (dal latino vitare, schivare) e virtù (dal latino virtus, virilità), sono aspetti di condotte che, in relazione al gioco d'azzardo, ci legano a pregiudizi, dove possiamo perdere di vista, ruoli fondamentali che vengono sostenuti da "senso di colpa", "vergogna", " segreti"e "vuoto emotivo".

Necessario è cambiare vertice di osservazione e considerare il “giocatore patologico”, anziano o giovane che sia, come l'espressione di una richiesta di aiuto rivolta a tutti; un grido che spesso non viene più udito. Evidente è l'intreccio che emerge dalle relazioni che legano famiglia e giocatore; dove nasce il disagio nasce poi la domanda: "di chi è la colpa?"

Quesito che non ci aiuterà a compiere un solo passo verso la soluzione, perché ci riporta verso definizioni razionali; la logica tocca tutto ma non le emozioni; solo con la risonanza delle emozioni è possibile cominciare a sentire la voglia di un cambiamento che passa prima di tutto attraverso di noi.

L'essere sordi a richieste d'aiuto evidenti o celate, è il risultato di anni e anni di allenamento della società al "non ascolto", che sembra regalare opportunità a tutti... ed al falso mito di cambiar la vita "subito". Dare un calcio al passato troppo scomodo, sentirsi di nuovo importanti ed amati; il tutto ci racconta la storia di una vita difficile.

Perdersi nel gioco è come non far più ritorno alla realtà. Una realtà scomoda e stretta che per questo il giocatore cerca di punire negli affetti più vicini, nelle persone care, insomma punire la realtà per farsi sempre più male.

Rimettere in moto la famiglia e la rete in cui è inserito un giocatore compulsivo, significa ri-attivare parti di ogni membro verso il cambiamento e ciò conduce ad un nuovo livello di comprensione di se stesso, e delle persone più vicine; questo può essere l'inizio di un nuovo percorso.

 

 

Disagio relazionale e terza età

Il gioco d’azzardo è una vera e propria patologia che sottende un grosso disagio relazionale. Quando parliamo di disagio relazionale stiamo affrontando un insieme di problematiche che sfociano per motivi da approfondire in un comportamento inadeguato per il sistema in cui è inserito il soggetto e per il sistema stesso che non riesce a stabilizzarsi se non alimentando o equilibrandosi nella patologia stessa.

Per semplificare la patologia può rappresentare un equilibrio del sistema ad un livello di non particolare pericolosità e spesso il sintomo risulta funzionale a non peggiorare ulteriormente, in uno stato ancora più precario.

Nella terza età, dove la rottura di grossi equilibri all’interno del ciclo evolutivo si viene a verificare, possiamo evidenziare come il gioco, che prima rappresenta un mezzo per socializzare in situazioni di deprivazione nei rapporti, può anche diventare e trasformarsi in gioco compulsivo, così detto d’azzardo.

Nella pratica clinica la richiesta di intervento sta crescendo ed i casi che si presentano, sono molto significativi di una grossa sofferenza.

La nascita di sale bingo e la frequenza delle occasioni di gioco nell’arco della settimana ha facilitato la possibilità di fruire largamente del gioco legalizzato…

 

Da uno studio della DOXA 1998 (interessante è notare che pochi studi vengono fatti su tale argomento) è emerso che i giocatori oltre i 54 anni giocano in queste percentuali rispetto alla popolazione:

Lotto (26-27%)
Totocalcio (22-24%)
Totogol (20-21%)
Superenalotto (14-18%)

L’evidenza di tali numeri, dimostrano con tutto il loro peso, il perché sta nascendo una domanda di trattamento per disturbi da gioco d’azzardo.

E’ importante ricordare che le richieste d’aiuto che si presentano nella pratica clinica, nascono da una sensibilizzazione al problema attraverso nuove forme di comunicazione come internet e per “passa parola”.

Tale situazione è un limite all’accesso della popolazione anziana che ancora non fruisce pienamente  della possibilità di informazione attraverso le nuove tecnologie.

Anche nella mia esperienza di terapeuta del bacino di utenza romano, rilevo che il target di persone che si presenta per il trattamento viene indirizzata da un informazione veicolata soprattutto da internet e dai libri usciti su questo argomento.

L’anziano che soffre di questa compulsività, ha meno possibilità, rispetto alla popolazione più giovane, di sapere che può affrontare questo disturbo perché spesso non è informato che si tratta di una vera e propria patologia.

Chiaramente l’attenzione a tale problema è aleatoria e suscettibile da eventi derivati dalla attenzione distratta dei mass media.

Solo il caso eclatante viene riportato e la cronaca presenta a volte suicidi che coprono situazioni di “dipendenza”.

Terapia

Diversi sono gli approcci al trattamento di tale sintomatologia ma fondamentale è l’uso che viene fatto della relazione in psicoterapia.

Interessante è l’utilizzo del gruppo come strumento principe verso il cambiamento; l’approccio deriva anche dalla  terapia relazionale sistemica dove si prova a dare un valore diverso al sintomo, che rappresenta un modo particolare di richiesta di aiuto.

Nel panorama italiano l’esperienza di Campoformido (Ud) – Centro di terapia per ex giocatori d’azzardo e loro famiglie e AGITA (associazione di ex giocatori d’azzardo), rappresenta un punto di riferimento.

La popolazione anziana, che si rivolge a questa associazione che si occupa della riabilitazione dal gioco d’azzardo, sta crescendo notevolmente, dopo l’evento “pensione” certe situazioni latenti si estrinsecano nella nascita della compulsività.

 

I dati* riportati sotto, sono relativi alla popolazione che è venuta in contatto con l’associazione friulana. Il dato è riferito ad una popolazione prevalentemente dell’area del nord-est.

In attesa di dati nazionale possiamo comunque cercare di cominciare a valorizzare il fenomeno.

 

Età dei partecipanti

Il 7% ha meno di trenta anni, il 14% dai trenta ai quaranta anni, il 51% dai quaranta ai cinquanta anni, il 22% dai cinquanta ai sessanta anni, mentre il 6% ha più di sessanta anni; emerge quindi un'età media piuttosto elevata e questo fa ritenere che i giocatori e le famiglie arrivano  con esperienze di gioco d'azzardo protratte nel tempo.

 

Stato civile

Il 65% dei giocatori sono sposati.

 

Titolo di Studio

Il 3% è in possesso della licenza elementare, il 48% della licenza media, il 45% di diploma di scuola superiore e il 4% di laurea.

 

Provenienza

Il 76% dei giocatori provengono dalla Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, il restante 24% da oltre Regione

 

Abitudini relative al gioco

il 51% giocava al casinò, il 21% alle corse ai cavalli, il 15% al lotto, il 13% ai videopoker;

 

Sesso

Il 85% dei giocatori in terapia sono maschi e il 15% femmine; considerato che la percentuale di donne giocatrici secondo le statistiche è del 25% è interessante osservare come rispetto a tre anni fa, la percentuale di soggetti femminili che richiedono un intervento terapeutico per gioco d'azzardo patologico è aumentato e, in futuro, sembra destinato ad avvicinarsi alla percentuale (25%) della popolazione generale. Sempre in merito alle giocatrici presenti in terapia, è interessante osservare come la loro età media sia relativamente avanzata rispetto a quella dei giocatori maschi, aggirandosi attorno ai cinquanta-sessant'anni, e che in molti casi arrivano al Centro da sole (senza il supporto dei famigliari) e in condizioni estremamente critiche.

 

Professione

Il 73% sono lavoratori autonomi, il 27% lavoratori dipendenti. E' interessante notare come all'interno dei gruppi non ci siano disoccupati.

 

Frequenza

Il 71% dei giocatori partecipano ai gruppi di terapia accompagnati dai familiari, il 5% partecipa senza la presenza dei familiari, mentre il 24% è rappresentato da familiari che partecipano al gruppo senza il giocatore d'azzardo. Notiamo un aumento sensibile (+19%) di questa ultima categoria.Questo significa che le famiglie sentono ugualmente la necessità di partecipare ai gruppi, in qualche modo anticipando il lavoro sulle relazioni all'interno del contesto familiare.

 

Uso d'alcol, tabacco e sostanze psicotrope

Il dato che maggiormente s'impone è che il 90% dei giocatori d'azzardo è dipendente da tabacco; fanno uso d'alcol (almeno tre volte la settimana) il 15% dei partecipanti, mentre l'uso di una o più sostanze psicotrope riguarda il 3% dei frequentanti i gruppi di terapia.

 

 

* Dati forniti dal Dott. Rolando De Luca responsabile del Centro di terapia per ex giocatori d’azzardo e loro famiglie e A.GIT.A (associazione di ex giocatori d’azzardo).

 

Interessante è il numero di persone che frequentano o hanno frequentato il centro, relativamente alla popolazione anziana:

 

il 22% va dai cinquanta ai sessanta anni

il 6% ha più di sessanta anni

 

il totale è allarmante; quasi un terzo dei portatatori di disagio nell’ambito di comportamenti compulsivi da gioco d’azzardo, è da considerarsi del bacino della terza età.

 

C’è molto da fare, specie in un’area delicata ed in espansione come quella della terza età ma soprattutto la divulgazione ha una importanza fondamentale e deve raggiungere l’intera popolazione.

Attraverso una corretta informazione su gioco e azzardo si possono far emergere aree di sofferenza ancora inespresse ma presenti.

Viene anche da chiederci come l’incentivazione del gioco, da una parte e l’attenzione alla patologia dall’altra, sia compatibile e coerente in una società che professa di tutelare le fasce più deboli.

 

  

Bibliografia

 

 

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per ulteriori informazioni:

dario.angelini@inwind.it

http://xoomer.alice.it/psicoterapia

www.sosazzardo.it